L' asfittica consapevolezza che vaga silente in questa aria così fredda capace di gelare animaecorpo, di avere perso tutto.
Perso un punto di riferimento lontano nello squallido grigiore milanese, persa, per essere ritrovata e per essere poi ripersa nuovamente, la personificazione di uno stupido ed assurdo legame trascendente in un lontano grigiore modenese, persa la genesi esistenziale in un troppo vicino grigiore bolognese e la voglia di stare in piedi, anch'essa persa eccome in tutti questi grigiori apparentemente lontani ma vicini emotivamente.
Forse è colpa di questa malattia che come un cappio al collo, stringe e strangola ogni tipo di volontà, ogni tipo di emozione, di slancio, di voglia, di pensiero, di azione, di speranza e di lotta più o meno tenace.
Non lascia un briciolo di dignità, non lascia verità ma solo squallide e patetiche bugie soffocate dal desiderio incessante di evadere e non lascia che una volontà incatenata possa, con le proprie misere forze, partire per cercare una meta inesistente.
Si stava bene, io stavo bene quando rendevo il mio cervello e il mio corpo un surrogato della potenza chimica stupefacente.
In mezzo a colori forti, in mezzo a suoni sporchi e in mezzo a luci epilettiche.
Si stava bene, io stavo bene tra il non-pensiero e la consapevolezza interna del sapere cosa significava questo non-pensare.
Viviamo per morire.
E il come, non dovrebbe e non deve interessare a nessuno.
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