Il peggio è di impossibile arrivo nutrito spento d’affanno e di vuoto dipinto. Quattro le parole che mi hanno gettato a terra. Solo quattro. Come proiettili a raffica nel cuore. Come un addio mentre due labbra ancora parlano d’amore. Tuo padre è morto. Un pavimento gelido sotto la mia schiena, cieca due occhi spenti partorivano lacrime ed ebbra la mia testa di rancori perché non ho parlato quando le mie labbra potevano schiudere parole perché non ho saputo essere figlia quando un cuore scriveva un addio silenzioso perché non ho stretto la tua mano quando il buio nascondeva la luce. Per te papà. non ti ho detto. dovevo dirti. come cappio al collo stringevano la gola e respiravano oblio gelido le parole. Occhi su di me freddi e vuoti e ingordi, - povera ragazza sarà dura ora – perché abbracci carezze e stupide sillabe di senso fittizio come vapore al sole non bastano e un ago nella pelle, sottocutanea la merda nel mio corpo – da forza ragazza, fidati, così potrai salutarlo - .
Un volto freddo.
– Sei tu papà? –
Tra il bianco celato.
– Non può essere lui -
Due occhi di priva esistenza.
– Perché ora papà? –
Una carezza sul volto come di marmo scolpito e una parola che ancora attende risposta
– Perché non mi rispondi papà? -.
Passi. Silenti nel buio. Sotto la pioggia che celava il mio dolore. Giorni asfittici gravidi di una memoria che non trova pace gravidi di un perché che attende spiegazione gravidi di un odio da rivoltare contro chi sa. Contro chi ha potuto. Contro me stessa.
Quattro lettere, sempre quattro.
Scritte sulla pelle perché il ricordo sia indissolubile.
Quattro lettere.
E la notte che non conosce più il giorno.
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