Di anestetica ricompensa in giorni liquidi di libertà autoindotta,
di preghiere di suoni blasfemi gravide,
di esecrabile vendetta nell’ultimo colore della notte,
di barene che quattro incisorie parole hanno modellato a proiettile in sottocutaneo legame,
tra il cuore e la giugulare unito,
di qualche passo verso l’alba intinta di polvere nera negli occhi,
di fotografie dipinte di perfezione,
di pagine di guerre già anelate e il paradosso a cornice,
di silenzi,
di grida,
di occhi chiusi sul tuo volontario addio,
di un perché che culla il silenzio,
e l’amico migliore che annienta il dissenso tra la tua e mia collana di dipendenza stretta al collo.
L’uguaglianza è a volte così distante.
Perdono.
A mio padre.