programmato da NeraRosa alle ore 21:50
martedì, febbraio 24, 2004

[photo: myblue.deviantart.com]

E' quando il tempo scorre mordace che scie di arrivederci lascia, tracciando passi silenziosi percorsi da occhi serrati ma ben vigili. E' là che il corpoel'anima prendevano rifugio, ascoltando nitidi passi ben perimetrati, i miei. Su asfalti laccati, l'unico rumore di ticchettio di lancette nello scandire il veloce passare di ore, sola e non. In cuffie di walkman, Van Morrison lascia l'alito di note, confinanti le gelide notti invernali ma nonhofreddo ripeto, have i told you lately. Se invece te l'avessi detto prima che t'amo, ripeto ancora. Testa come baulecofanettocassaforte dai mille pensieri accatastati, sconfusionati e mischiati, non con ordine, no. La chiave la possiedo ancora, la gettai un tempo tra le tue mani con rabbia, tua sola è la possibilità d'aprirmi, scoprirmi e possedermi, quali vane parole furono, ripenso ridendo. Ho visto questi pensieri figurarmisi davanti, circospetti a me. Ho visto questi pensieri scappare, girarmi le spalle e correre via delusi. Non è più tempo. E' mia la risata che gioco si fa del dolore, mia la risata che beffarda deride ricordi e mia ancora quella stessa dannata bellezza di risata che scherno fa del passato. Non è più tempo. Non è più tempo. Ho visto, ancora, lacrime e la loro trasparenza persuadermi, cristalline disintegrarsi su quell'asfalto, sì proprio quello, lostessoemedesimo asfalto, dove Andrea percorre ancora quei passi nitidi ben perimetrati e continuerà a percorrerli, perchè non è più tempo. No, non è più tempo.

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programmato da NeraRosa alle ore 11:52
domenica, febbraio 08, 2004

photo: Rancinan

 

Lui era l'uomo del Nord

dai lunghi capelli nero pece e quel sorriso insicuro.

Movenze poco aggraziate e rumore di attesa nei suoi passi cadenzati.

Sguardi che guardavano e scrutavano con foga

sguardi che appassivano, insoddisfatti.

Lui era l'uomo del Nord

speranze affogate in un bicchiere di gin e occhi velati di malinconiche lacrime.

Portava a volte spessi occhiali neri e nello scuro riflesso si leggeva - ho vergogna -.

Portava con sè un'arma, sì, una spada.

Lo si vedeva combattere con evanescenti figure nel difendere l'ultima minuziosa parte di dignità. La sua.

Portava al collo anche un lungo filo d'argento. La metà di un cuore, v'era appesa.

Lui era l'uomo del Nord

e la si vede ancora di notte l'ombra di un uomo a testa china,

la sua mano forte stringere quella collana

e lo scorrere di una lacrima,

che bagna il suolo.

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programmato da laFeeVerte alle ore 16:52
domenica, febbraio 01, 2004


posterò un quadro. appena posso.
appena sarà finito. sembra un caso. sembra partorito per questa intromissione.
come un saluto sincero con una bottiglia di vino a cena.
volevo addosso mio vestito migliore per occhi e parole di questo luogo.
occhi e parole.
cado qui con loro.
per una volta, dall'altra parte.



la tua sofferenza accende gli animi. io ricevo in silenzio, convinta che sia quanto di più vero possa fare. ricevo le ondate come spiaggia di mari poco in quiete, e cerco di comprenderti. senza tentare di rappresentare le tue emozioni nel mio mondo.
le punirei. le truccherei a festa, senza motivo. potrei solo misurarle sulle mie, e annotare sorrisi nei punti in cui combaciano.

il picco di gioia che ostento senza dannarmi è una certa frenetica voracità di vita che porta allo stordimento. siamo orfane di completezza.
almeno così ti immagino nei passi che si sovrappongono, in un moto perpetuo di carillon inceppato, appena si fermerà, per sempre. lasciamolo andare, mi dico, e continuamente volto pagina senza rileggere.

dopo aver mutilato ogni mia speranza nell'ottica di un non meritato non ricevuto riflesso dal fondo di un cuore che credevo vivo, vivo un calendario senza giorni festivi in cui la cerimonia quotidiana è l'infliggermi frammentazioni di spazi, tempi e affetti che mi evitino di ricondurre un'intera me stessa sotto uno sguardo di intransigente giudizio disincantato.
è l'insostenibile leggerezza di chi sopravvive, svuota ogni cosa di senso come una quantità massiccia di alcool e rende tutto più relativo. toglie il suono ai volti e li riduce a maschere folli.

ma io non voglio l'insensibile traguardo, lo sciocco sguardo perso.
nel vuoto.
non voglio guardare il vuoto e godere della vertigine. e impararla come modo di addormentarmi.
non voglio che mi vedano vacillarvi intorno come un ronzio d'insetto agli orecchi.

nè per te, nè per me.

bisogna cercare altro, quando la sera è obbligata a reinventare troppo spesso un giorno nuovo per l'indomani.
viviamo in cumuli di detriti, e facciamone case, strade, luoghi che mormorino, non cimiteri. senza doverli per forza rendere paradisi.
senza chiamare la gioia. la serenità. la pace. in occhi di grigio inventiamo colori senza ricordare ciò che esiste non più per noi.

viviamo come dopo chi disse Dio è morto.


qui, sono stata io ad uccidere davide se dovevo scegliere tra me e lui.
vivo senza feste, senza sogni. eppure vivo. senza disprezzo per emozioni più prosaiche.
ho imparato per gradi a riconoscere la vita come sangue muove muscoli. sentirli. il suono semplice e netto di un volume che impregna lo spazio in maniera uniforme, posata compostezza. e allora mi sono resa conto. di aver imparato a non sentirmi più invisibile. quando voglio davvero.

non so dimenticarlo. più passa il tempo, più le azioni, gli eventi rimangono nella mente scollegati, leggeri e stupidi. e sento solo l'eco delle mie domande. lui non c'è più. ha perso ogni spessore il suo ricordo.
non ho motivi che mi chiudano gli occhi, la notte.
non ho nemmeno pretesti, scuse servili su cui scagliarmi.

non so che offrirti drammi privi di catarsi. tanto di quel che viviamo è senza senso. ma non per questo non può rimarginare. non per questo deve per forza. ci segna senza redimerci, senza il nostro compiaciuto assenso.

e tu, ferita, non ti rialzi come fosse niente? fosse anche solo il mio sguardo a tenermi in piedi, appeso alle nuvole come filo sottile. fossero pure ombre di cieli storpi.




"Sto cercando il mio sguardo negli angoli del parco. Ucciderei queste dalie non in fiore pur di riavere gli occhi della prima volta. Ora con il mio sguardo da ritrovare riesco a vedere ciò che sono. Una donna disegnata dai ricordi.
Quanto odio le iridi che mi hanno partorita quasi fosse cosa saggia portarmi in questa luce.
Ho lame taglienti sulla punta della lingua e diamanti di ferro fra le ciglia. Ho lame da polso vogliose di decapitarmi il cuore. Ho un cuore sotto la vena migliore del polso sinistro. Ho questo desiderio furioso di conoscerne il colore. Ho una vena sopra il cuore. Ho un cuore da polso.
(isabella santacroce)






















































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